Psicoterapia cognitivo-comportamentale nei disturbi del comportamento alimentare

Problematiche legate all’Autostima nei Disturbi Alimentari

Problematiche legate all’autostima nei Disturbi Alimentari

Le difficoltà legate all’autostima costituiscono un fattore sia predisponente che perpetuante estremamente importante nel quadro clinico dei Disturbi Alimentari (Disturbi del Comportamento Alimentare DCA).
In tal senso, l’esperienza clinica ed i risultati delle ricerche rilevano come la bassa autostima in molti casi precede l’esordio del disturbo e influisce significativamente sul mantenimento delle cognizioni e dei comportamenti problematici caratteristici nei disturbi alimentari.
Le convinzioni negative relative a se stessa conducono la persona ad esercitare un sforzo estremo per raggiungere o mantenere uno stretto controllo sulla propria alimentazione, sulla forma corporea e sul peso, al fine di riuscire a percepire un valore personale, un essere “brava” o “forte” su cui poter fondare una auto-valutazione positiva, strenuamente desiderata ma inevitabilmente fragile, imprigionata dalle catene di regole alimentari patologiche.

La valutazione negativa di Sé tra interpretazioni attuali e convinzioni profonde
L’autostima (la valutazione di sé) rappresenta l’immagine complessiva che la persona ha di sé, e comprende la soddisfazione di sé, la consapevolezza del proprio valore e la fiducia nella propria capacità di svolgere un determinato compito.
L’autostima può essere definita come la distanza che la persona avverte tra il ‘Sè percepito’ e il ‘Sè ideale’, ovvero la valutazione di Sé è generata della discrepanza intercorrente tra il come la persona si percepisce ed il come essa vorrebbe essere. In tal senso, se la discrepanza è piccola, la persona presenta una valutazione di sé sostanzialmente positiva (cosiddetta ‘alta autostima’) in quanto ritiene di corrispondere ai suoi desideri, alle sue aspettative e doveri; viceversa se la discrepanza è grande, la valutazione di sé appare più o meno intensamente negativa (cosiddetta ‘bassa autostima’).
In tale prospettiva,  è dunque possibile distinguere 3 aspetti del Sé:
il ‘Sè ideale’, come la persona vorrebbe essere;
il ‘Sè percepito’, come la persona percepisce se stessa;
il ‘Sè reale’: come la persona appare obiettivamente.
Rispetto a ciò, inoltre, risulta rilevante considerare come nel concetto di Sé Ideale spesso è presente un’interazione di differenti standard: ciò che la persona desidera essere e ciò che la persona ritiene di dover essere in base alle regole morali o sociali interiorizzate.

Relativamente alle difficoltà legate all’Autostima, la psicoterapia cognitiva, fondandosi sull’assunto secondo cui la reazione emotiva e comportamentale di una persona è determinata dai processi di interpretazione soggettiva della realtà, dunque dal modo in cui il soggetto percepisce se stesso e gli eventi esterni, pone in luce la rilevanza del sistema di convinzioni che la persona ha costruito su se stessa, ovvero degli ‘schemi cognitivi’ disfunzionali sottostanti la valutazione negativa di Sè, la quale spesso costituisce la base su cui insorgono molte forme di sofferenza psicologica.

Gli schemi cognitivi, ovvero le convinzioni più profonde e spesso inconsapevoli da cui discendono le percezioni della realtà, agiscono dunque come delle ‘lenti’ attraverso cui la persona tende a valutare se stessa, gli altri, la propria vita. In tal senso, gli schemi cognitivi, la cui origine spesso affonda le sue radici nel passato, influenzano la percezione che la persona costruisce di Sé nel presente.

Origine e persistenza delle convinzioni negative sul Sé
Le convinzioni sul Sé si costruiscono e si mantengono sulla base delle esperienze vissute e delle interpretazioni (percezioni soggettive) sperimentate dalla persona.
In tal senso, spesso le convinzioni negative su se stessi si sviluppano a partire da esperienze significative o da relazioni interpersonali conflittuali e generative di sofferenza emotiva, le quali si imprimono, a volte inconsapevolmente, nella mente della persona, restando presenti a dispetto del trascorrere del tempo.
In alcuni casi alla base di ciò si rilevano effettive esperienze negative intensamente dolorose, in altri casi emergono interpretazioni soggettive reiterate che possono provocare lo stesso impatto emotivo di un evento realmente accaduto.

Ad esempio, a partire dalla sensazione di disagio provata nel trovarsi ad affrontare determinate situazioni nuove, la persona può convincersi di essere ‘incapace di fronteggiare i problemi’, anziché cercare spiegazioni più realistiche, quali ad esempio, considerare che le situazioni nuove necessitano di tempo e tentativi per essere gestite adeguatamente anche in una persona pienamente capace di superare le difficoltà.
Tuttavia, sulla base di determinati giudizi precostituiti su se stessa, ovvero sulla base di determinati ‘occhiali attraverso cui guardare la realtà’, la persona può manifestare la tendenza ad interpretare le difficoltà incontrate nel presente sempre secondo la stessa prospettiva, dunque sempre mediante la medesima spiegazione.

Al mantenimento degli schemi cognitivi disadattivi contribuiscono le interpretazioni distorte e gli standard disfunzionali che la persona continua involontariamente a mettere in atto nel presente.
In tal senso, in riferimento alla distinzione precedentemente esposta, la discrepanza tra il ‘Sé reale’ ed il ‘Sé percepito’, e tra il ‘Sé percepito’ ed il ‘Sé ideale’ può condurre la persona all’insorgenza di un disturbo emotivo, quale Disturbi d’Ansia o dell’Umore, ed al mantenimento di un circolo vizioso che imprigiona la persona nelle convinzioni negative e negli standard disfunzionali antichi, sebbene essi siano generativi di intensa sofferenza emotiva.


Bassa Autostima e Perfezionismo clinico
Il Perfezionismo clinico può essere definito come “un’eccessiva dipendenza della valutazione di sé dall’inseguimento e dal raggiungimento di standard personali esigenti e auto-imposti in almeno un dominio altamente saliente nonostante le conseguenze avverse” (Shafran R., 2002).
Il perfezionismo si differenzia dalla sana ricerca di eccellere sia a causa della presenza di stardard eccessivamente elevati e rigidi, i quali a fronte di un’attenta analisi spesso risultano obiettivamente irrealistici, sia a causa della dipendenza della valutazione di sé (autostima) dall’inseguimento e dal raggiungimento di tali standard.

Gli standard (le regole/ i doveri/ le pretese verso se stesso) sono auto-imposti e non necessariamente richiesti dagli altri.

Il Perfezionismo svolge un ruolo importante nello sviluppo e nel mantenimento di vari disturbi psicologici, tra cui Disturbi d’Ansia, Disturbo Ossessivo Compulsivo e Disturbo Depressivo Maggiore, ed è stata identificato come fattore di rischio specifico nei Disturbi Alimentari Anoressia e Bulimia.

Spesso la persona con perfezionismo ha uno schema di valutazione di sé focalizzato su un unico ambito (es. lavoro, studio, sport, etc.), il quale risulta visibilmente predominante rispetto alla propria auto-stima, differentemente dalle altre persone che valutano se stesse sulla base di un sistema più ampio e molteplice.

Ciò risulta disfunzionale e problematico per vari motivi.
In primo luogo, si rileva come è altamente rischioso valutare se stessi rispetto ad un solo ambito in quanto se si verifica un mancato raggiungimento degli standard crolla l’intero sistema di auto-valutazione, ovvero al fallimento percepito consegue inevitabilmente l’emergere (spesso il ri-emergere) di una valutazione di sé gravemente negativa.
In secondo luogo, non risulta generalmente possibile per una persona ottenere un successo costante e totale nell’ambito desiderato (es. ottenere voto superiore a 28 in tutti gli esami universitari).
Inoltre, in molti casi il risultato finale può essere influenzato da altri fattori esterni non direttamente controllabili dalla persona.
Infine, la focalizzazione esclusiva su un’unica area conduce nella maggior parte dei casi ad una marginalizzazione degli altri ambiti della vita, provocando una visibile riduzione di ciò che potrebbe costituire interessi e attività piacevoli (es. relazioni sociali e sentimentali, hobby, etc.) per l’individuo.

Il costante ed estremo sforzo finalizzato al raggiungimento della meta desiderata è frequentemente associato a conseguenze negative sul piano fisiologico (stanchezza costante, tensione muscolare, somatizzazioni, insonnia, etc.), mentre di fronte al mancato raggiungimento degli standard (ovvero dei ‘doveri’ stabiliti) la persona perfezionista rivolge a se stessa un’autocritica severissima e implacabile, a cui segue un’intensa reazione emotiva ansiosa o depressiva.

In alcuni casi la costruzione degli eccessivi standard autoimposti deriva dall’esperienza di dure critiche, ridicolizzazioni o punizioni ricevute da parte di figure significative per la persona (es. genitori, familiari, insegnanti, datore di lavoro, etc.), oppure dalla carenza di approvazione verso i “normali” risultati positivi ottenuti dal soggetto.
Di fronte a tali esperienze, realmente accadute oppure soggettivamente percepite, la persona può costruire la convinzione che è sempre necessario fare le cose perfettamente per evitare conseguenze dolorose, oppure convincersi che per ottenere l’affetto, la stima, l’approvazione altrui è necessario soddisfare standard sempre più esigenti.

Tali convinzioni sottese, spesso inconsapevoli, conducono alla costruzione delle regole rigidissime e automatiche a cui la persona si sottopone, regole intrise di errori cognitivi (quali il pensiero dicotomico tutto-nulla e il pensiero catastrofico, es. “Devo essere il migliore della classe altrimenti non valgo niente”, “Devo studiare 10 ore al giorno altrimenti non supererò l’esame”, etc.) da cui discendono gli stati emotivi ansiosi o depressivi e la dolorosa auto-critica, la quale consolida sempre più l’idea di sé negativa.

AUTORE: Dott.ssa Mariangela Gaudio – Psicologa Psicoterapeuta
sedi: Mirano (Venezia) – Padova

 

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